5.12.11

Catena e l'Indiano

1968: Catena e l’Indiano procedevano con passo futurista sul marciapiede di corso Palestro direzione via Cernaia lato negozio delle missioni. Il dialogo tra i due non s’interrompeva neanche quando Catena accelerava o rallentava il passo a seconda del procedere dello sconosciuto che gli camminava davanti. Catena  era  collegato all’ignaro passante da un elastico invisibile che doveva tenere sempre in tensione e mai lasco. L’Indiano, più normalmente, non poteva calpestare le righe perpendicolari alla strada che separavano un lastricato del marciapiede dall’altro. Per questo le nostre chiacchiere le facevamo sopra e intorno alla panchina dove almeno eravamo tutti più o meno fermi.  La panchina stava nel centro-viale di corso Palestro davanti al bar Cecchi a pochi metri da via Garibaldi.  Al bar Cecchi non ci si entrava mai, neanche se pioveva. Chi invece ci viveva, al Cecchi, erano Salvatore, il venditore di anfetamine in pillole; Metredina prima e  Magriz poi e Tarzanetto con la strana faccia d’albino biondo, finito male presto, lui e la sua pistola che esibiva troppo. A Catena succedeva di doversi fermare, talvolta anche abbastanza a lungo, specialmente di notte, quando perdeva lo sconosciuto passante che lo precedeva, magari perché era scomparso in un portone. A quel punto aspettava di agganciarsi ad un nuovo ignaro che andasse nella direzione da lui voluta. Perché quello della direzione era un problema aggiunto mica da poco nella Torino notturna del 1968 assolutamente deserta. Altra storia girare in centro di giorno dove aggancio e direzione avevano possibilità continue e infinite nel formicolare umano della città. L’indiano vestiva jeans trucidi bordati al fondo con una fettuccia a fiori, un gilè marrone di cuoio consumato sulle braccia nude ancora pulite, dalle vene integre, che avrebbe trasformato nel giro di mille giorni in tatoo – ematomi, bluastri e duri, con incredibili cavalli di amfetamina e oppio. L’Indiano, cappellone biondo fluente, spalle larghe e passo tra le righe del lastricato, non si separava quasi mai da Catena, bruno, capelli mossi, dalla trascuratezza semplice, l’impermeabile grigio e liso, raccontava visioni e sogni condendoli con la realtà, poeta e filosofo disquisiva incantandosi, parlava, diceva, si fermava improvvisamente, perso il filo perso tutto, cervello resettato, nuova storia.  

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